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Alex De Grassi – A Windham Hill Retrospective – Windham Hill – 1992


Alex De Grassi: A Windham Hill Retrospective“Apprendere è scoprire quanto poco si sappia”. Così dice di sé questo straordinario chitarrista di finger picking, quando inizia a raccontare della sua carriera.

Nato nel 1952 a Yokosuka, in Giappone, Alex De Grassi crebbe immerso, sin dalla più tenera età, in un ambiente musicale influenzato da varie culture. Suo nonno, emigrato negli Stati Uniti dall’Italia, dirigeva un quartetto d’archi ed era violinista e direttore dell’orchestra sinfonica di San Francisco. Suo padre suonava piano classico, mentre la madre era una patita del Jazz. La sua infanzia era un’altalenarsi di Mozart e Louis Armstrong. All’età di tredici anni Alex De Grassi si convertì dalla tromba alla chitarra, interessato ala musica folk, blues e pop.

Dopo aver ascoltato l’album “Luck Thirteen” di Bert Jansch decise di diventare un chitarrista. Ma la vita non facile delle periferie e l’autorità dei suoi genitori lo spinsero in un college verso una carriera di un mondo più concreto.

Dopo la sua laurea in Geografia Economica, perviene effettivamente al momento pratico: arriva il suo primo album “Turning: Turning back”. E qui inizia la sua carriera artistica. Poteva usare le sua conoscenze geografiche per ricercare luoghi sulle mappe, andarvici e mettersi a suonare la sua chitarra!

I primi anni della sua carriera musicale furono spesi in una certo limbo di “non conoscenza”, procedendo senza avere una reale formazione musicale formale. Una volta accordata la chitarra, si divertiva a suonare senza dover pensare alla note che produceva.

Trascorso quel primo momento, cominciò a sentire imperiosa dentro di sé la necessità dell’apprendere. Iniziò, allora, a studiare chitarra classica e Jazz e composizione, prendendo lezioni da William A. Mathieu, rimettendosi ogni giorno in discussione (musicalmente), in un processo dinamico di ristrutturazione evolutiva.

Per quanto mi riguarda, scoprii Alex De Grassi nel 1984, quando era appena uscito l’album “Southern Exposure”. Da qualche tempo avevo scoperto, con estrema delizia, la Windham Hill, una etichetta californiana fondata da William Ackerman, che in brevissimo tempo era divenuta famosa per le sue produzioni di altissima qualità tecnica e musicale.

Agli appassionati di musica New Age può far piacere sapere che la denominazione “New Age” fu coniata per recensire il primo album di George Winston per la Windham Hill. Si trattava di un genere, uno stile che non poteva rientrare in nessuno di quelli, sino allora, definiti. E tutte le produzioni della Windham Hill erano veramente particolari.

La particolarità si evinceva già dalle copertine dei dischi che, con un design semplice e rigorosamente pulito, proponeva delle immagini parlanti. Non è un fatto da poco: la copertina del disco riusciva a dare una anticipazione della qualità emotiva che la musica, in esso contenuta, poteva diffondere. Copertine – e dischi – da collezionare.

Alex De Grassi: A Windham Hill Retrospective

Southern Exposure

In “Southern Exposure” l’immagine propone cinque sedie vecchio stile (quelle povere, con la seduta in paglia o in tessuto) allineate contro un muretto bianco che è la parete di una scala di ingresso in muratura, senza balaustra. Sul muro, a lato, i battenti chiusi di una finestra consumata dal tempo e dal sole. Le sedie, all’ombra, sono il simulacro di un momento a venire, di uno stare insieme nel caldo colore della semplicità.

La copertina vale il disco. Ma la musica poi, la musica è quanto di più piacevole si possa desiderare, avendo l’immagine della cover ben impressa nella mente. Musica viva, calda, pulsante, bisbigliante, avvolgente, vibrante, odorosa.

“Retrospective” è una antologia dei primi dischi di Alex De grassi, incisi per la Windham Hill. Copre un arco di tempo creativo di circa sette anni e, se pur parliamo di oltre trent’anni fa, c’è da meravigliarsi per la trasparenza e la pulizia dei suoni che caratterizza tutto l’album. Con i pregi ed limiti delle antologie, “Retrospective” ci regala una piacevolissima fotografia della carriera di un artista che è grande e, nel contempo, consapevolmente umile.

Recensione di Gaetano Toldonato