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Blood, Sweat & Tears – Blood, Sweat & Tears – Columbia – 1968


Blood, Sweat & Tears

Blood, Sweat & Tears

Ragazzi, siete fortunati, e non sapete quanto! Per quasi un ventennio mi sono dovuto accontentare di una copia usata di questo disco in vinile. Non ho niente contro il vinile, anzi. Ma – e mi spiace dirlo – fino a prima dell’avvento del compact disc, i dischi in vinile erano stampati localmente, qui in Italia.

Accadeva di tutto. Spesso ci veniva rifilata una copertina del disco diversa dall’originale, oppure una sequenza dei brani stravolta, con le note di testo di commento omesse in tutto, od in parte, e – ancora – senza i testi dei brani che a volte erano, invece, presenti nelle edizioni originali. In più la vera nota dolente: la qualità della stampa del vinile, in certi casi, era veramente inaccettabile.

Era il caso di questo disco, dove, come primo ed ultimo brano, compaiono due interpretazioni delle variazioni di un tema di Erik Satie: più esattamente il primo movimento delle “Trois Gymnopedies”, l’ammaliante ponte tra il simbolismo e l’impressionismo di fine ottocento. Il brano finale presente nel disco dei Blood, Sweat & Tears, eseguito al flauto, nel vinile dell’epoca era letteralmente massacrato da un fruscio che lo rendeva inascoltabile.

Ma, come Dio vuole (e volle), ad inizio anni ottanta arrivò il CD.

Tanti album era divenuti introvabili negli anni e, di conseguenza, oggetti di un mercato del vinile a prezzi folli, rivolti solo a collezionisti-gioiellieri. Con l’avvento del CD, un universo di album scomparsi sono lentamente riapparsi sul mercato e, finalmente, ascoltabili nel loro sound originale, così come la tecnologia di registrazione dell’epoca aveva consentito, nel bene e nel male delle sonorità costruite dagli artisti (e dai loro produttori).

Tornando a questo disco: venti anni ho dovuto attendere, prima di poter ritrovare il feeling ed il sound originari (sigh!).

Oggi questo album ha un’età di quasi cinquant’anni. Mentre scrivo lo sto ascoltando: è incredibile, mezzo secolo! Eppure, se provo a mettere da parte le limitazioni tecniche dell’epoca ed a riconfigurarne le sonorità con una interpretazione più moderna, emerge un album talmente straordinario che vorrei averlo come colonna sonora di tante mie giornate assolate. Qui ci sono gusto musicale da vendere, una creatività immensa ed un’ondata poliedrica di passionalità, gioia, rabbia ed ardore sanguigno. Rivoluzione ed evoluzione, insomma, con la bellezza allo stato puro. Qui non c’è niente da paragonare: tutto è venuto dopo.

Blood, Sweat & Tears

Blood, Sweat & Tears – The band

I Blood Sweat & Tears si formarono a New York nel 1967. Anima iniziale del gruppo fu il mitico Al Kooper, suonatore di organo Hammond, che, dopo una parentesi con Mike Bloomfield e Stephen Stills nella Super Session Band, forma prima i Blues Project e, dalle loro ceneri, i Blood Sweat & Tears. La line-up è composta da nove elementi. Atipica per un gruppo rock dell’epoca fu l’inclusione di una agguerritissima sezione di fiati, in una miscela di jazz, rock, classica, pop e blues.

Dopo un primo album (“Child is Father to the Man” del 1968), Al Kooper si defila, pur garantendo la sua presenza nel secondo album – il nostro – come arrangiatore e come tastierista in solo due brani.

David Clayton-Thomas, con la sua voce potente ed ambiziosa, giunge a portare una inedita profondità vocale alle sonorità del gruppo, in una sorta di missione musicale pedagogica rivolta a contrastare gli eccessi del rock dozzinale imperante all’epoca.

Con la guida e con il notevole fiuto musicale del produttore James William Guercio, l’album diventa un vero e proprio successo internazionale. Vince il Grammy, come album dell’anno, e vende milioni di dischi singoli con ben tre dei brani contenuti nell’album: “Spinning Wheel“, “You’ve Made Me So Very Happy” e “And When I Die“.

Per finire una breve digressione: cogliendo l’invito dei Blood Sweat & Tears a scoprire l’opera compositiva di Erik Satie, provate, poi, ad ascoltare le “Trois Gymnopedies” in una delle tante belle esecuzioni per pianoforte. Oppure nella affascinante orchestrazione di Claude Debussy.

Recensione di Gaetano Toldonato