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I Accept

John Kaizan Neptune – Tokyosphere – JVC – 1988

Music video a Nanso Bunka Hall in Tateyama, Chiba, venerdì 13 maggio 2006.

Ci sono personaggi che anzichè fare della propria esistenza un meccanismo compulsivo per accumulare più denaro possibile, decidono di esplorare le strade del mondo per arricchire la propria interiorità.

Non è una questione di essere capaci o no, quanto piuttosto di scelte deliberate, frutto di una coscienza che mira soprattutto ad una costante maturazione interiore. Queste sono persone non facili da individuare. Stanno, in genere, nell’ombra, rifuggendo la vacua superficialità di un mondo sovente dedito al più triviale ed arrogante edonismo.

John Kaizan Neptune è sicuramente un personaggio che privilegia l’essere piuttosto che l’avere. Il suo nome John Neptune ha adottato l’attribuzione onorifica, conferitagli in Giappone, del titolo “Kaizan”, che approssimativamente sta per “monte del mare”.

Utagawa Kunisada (1786–1865), Shakuhachi Players Engaged in Talk, 1858, colour woodcut (detail)

Dedicatosi allo studio della musica etnologica sin da giovane (John Kaizan Neptune ha oggi 66 anni) iniziò lo studio dello shakuhachi – flauto giapponese in bambù – nelle isole Hawai, perfezionandolo sino a raggiungere il titolo di “shi-han”, cioè la certificazione accademica massima in Giappone.

Studioso attivo della musica contemporanea, ha adattato le possibilità espressive dello shakuhachi alle tecniche musicali di varie culture del mondo, giungendo all’attribuzione del premio di “miglior album dell’anno 1980”, da parte del ministro della cultura giapponese, che mai prima era stato conferito ad un artista straniero.

Negli anni ottanta John Kaizan Neptune trascorse un periodo in cui visse un intenso flirt con la musica Jazz, collaborando a lungo con artisti che ruotavano, per lo più, nel mondo della fusion.

Da qui tornò poi, riconquistando una inedita dimensione di sonorità acustiche, arricchendone le idee musicali con sintagmi stilistici fortemente influenzati dalle culture occidentale e giapponese. Alla espressività, sempre più matura, del suo shakuhachi, aggiunse modalità sonore indiane, percussioni malaysiane, l’arpa mediorientale, i suoni di vasi colmi d’acqua.

Da allora, le sue creazioni divengono un ideale viaggio musicale, in cui l’oriente emerge in una nuova modalità espressiva, fondendosi con i ritmi della musica World, con il Blues, con la New Age e con il Jazz.

Ricordo che una sera, in vena di esplorazioni discografiche “di confine”, avevo fatto ascoltare ad un mio amico due compact disc, contenenti le prime incisioni realizzate da John Kaizan Neptune per l’etichetta Denon.

L’amico ne fu particolarmente entusiasta. Capitò, così, che qualche anno dopo l’amico se ne arriva, bello bello, con il cd Tokyosphere, appena acquistato, che (ahi, ahi, ahi) non avevo ancora avuto modo di acquistare.

La copertina ed il titolo dell’album si distaccavano completamente dallo stile delle precedenti realizzazioni e facevano da segnalini anticipatori di qualcosa di nuovo.

Tokyosphere rappresenta un evento. Primo, perchè il gruppo che affianca John Kaizan Neptune è tutto composto da maestri di strumenti tradizionali giapponesi. Secondo, perchè è un album di inusuale bellezza musicale, i cui confini si espandono verso territori che offrono paesaggi sonori inediti.

Amate i profumi d’Oriente? Allora spandetene l’intensità penetrante nella vostra mente ed immergetevi nel fiume di effluvi sonori che si espandono dal tecnologico mezzo.

Viaggio di un’ora.

Recensione di Gaetano Toldonato