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I Accept

Michael Hedges – Aerial Boundaries – Windham Hill – 1984

Se volessimo iniziare a parlare di Michael Hedges sotto il mero profilo numerico della quantità di persone che abbiano avuto l’opportunità di saperne qualcosa, temo che ci troveremmo di fronte ad una cocente delusione. Se poi l’indagine si volesse estendere a quanti hanno avuto modo di poter ascoltare la sua produzione musicale, facendosi un’idea della unicità delle sue doti strumentali e della geniale creatività di autore e di performer, credo che potremmo ridurci ad uno sparuto gruppo di afecionado che non vuole assolutamente rinunciare alla possibilità di rendere nota la bellezza che ci ha regalato questo artista nella sua breve vita.

Persino qualche recensore ha voluto assegnargli la definizione di “artista di nicchia”, un musicista “per addetti ai lavori”, pur nelle ricche citazioni che ne sono state prodotte e che riferiscono di uno  straordinario talento scomparso troppo prematuramente.

Michael Hedges, nato nel 1953 in California, è stato un compositore, chitarrista acustico e cantautore che ha segnato l’espressività della chitarra con una sua tecnica rinnovata e con il suo controllo sullo strumento. La sua musica è stata frutto di una continua evoluzione, un procedere nello sviluppo costante di quello che è stato riconosciuto come un suo peculiare stile, nella dimensione del “sorprendentemente originale”.

Per il colorito mix di raffinatezza e di vigorosa espressione, Michael Hedges è stato acclamato quasi come un sognatore: con la sua musica emana una perfezione mistica che alterna fraseggi pronunciati con delicate sfumature, a passaggi da cui si spandono getti di lavica energia. Tinte evanescenti, nuance appena distinguibili, in un susseguirsi di ondate vigorose, trascinanti.

Michael Hedges è stato realmente l’incarnazione del compositore contemporaneo, un chitarrista rivoluzionario ed un performer eccezionale, che ha creato un suo stile eclettico che non è semplice da ricondurre ai criteri usuali di categorizzazione. Egli stesso coniò varie espressioni variopinte per descrivere il suo eclettico stile musicale: “heavy mental”, “violent acoustic”, “acoustic thrash”, “new edge”, “edgy pastoral”, “savage myth”, per citarne alcune. Ma, aldilà dei vari generi musicali in cui lo si può inquadrare, o dei vani tentativi di provare a classificare la sua musica, ciò che colpisce, creando stupore nell’ascoltatore, è l’incisività del suo profondo stile espressivo.

Michael Hedges, iniziò giovanissimo ad esplorare vari strumenti: la chitarra, la harp guitar, il flauto, l’armonica, il tin whistle, le percussioni, il pianoforte. Dopo aver completato gli studi presso il prestigioso conservatorio Peabody Institute di Baltimora con una laurea in composizione, trascorse il 1976 ed 1977 a suonare chitarra elettrica e flauto in un locale di Jazz-Rock-Folk con un gruppo che poi lasciò, per iniziare ad esibirsi da solo con la chitarra acustica.

Nel 1980 decise di trasferirsi in California per iscriversi alla Stanford University. Proseguendo con le sue esibizioni da solo con chitarra acustica, durante un suo concerto a Palo Alto, fu ascoltato da William Ackerman (fondatore della prestigiosa etichetta Windham Hill), che gli propose al volo un contratto discografico con la sua etichetta. Da lì a poco, la Windham Hill rese manifesto al mondo l’affacciarsi di un nuovo genio musicale.

Aerial Boundaries. Senza nulla togliere a tutti gli altri suoi dischi, lo stupefacente Aerial Boundaries può essere definito come uno dei più importanti dischi di chitarra acustica mai realizzati e, senza alcun dubbio, l’influenza del suo stile personale è rimasto un modello musicale per i decenni a venire. Qui non parlo solamente di tecnica; intendo anche riferirmi alla sua capacità di entrare nel cuore dell’ascoltatore a livelli molto profondi.  La sua è, e rimarrà, una voce musicale realmente unica (ed anche se il termine “unico” è ormai troppo abusato, nel suo caso non possono esservi comparazioni) la cui eccentricità, i parametri multiformi non possono né essere definiti, né ricondotti a standard preesistenti.

Nonostante il prestigioso ingaggio discografico, Michael Hedges ha sempre protetto la sua musica, mantenendo una ampia autonomia nelle fasi di registrazione, di produzione, di engineering e, nella maggior parte dei brani, decidendo di eseguire tutto da solo.

Nella sua vena compositiva non c’erano modelli predefiniti. Con insaziabile, universale curiosità ha tratto ispirazione da qualsiasi fonte: dalla teoria cinese dei cinque elementi, alla seconda legge della termodinamica, fino all’esplorazione profonda della filosofia e della spiritualità orientale. “A volte una composizione nasce da un’idea musicale, altre volte da un concetto, o da una frase. Non vi è posto per una formula specifica, perchè questa potrebbe divenire presto una limitazione della potenzialità espressiva”.

Per questo la sua musica ha in sé il passato ed il nuovo, la delicatezza e la potenza. Così, identicamente perfetto e lucido, è il suo stile sulla chitarra acustica: muscoloso e tenero.

Michael Hedges è morto tragicamente nel 1997: su una statale, nei pressi di Booneville in California, venne ritrovata la sua Bmw color amaranto, finita giù da una scarpata, dopo essere uscita di strada.

A poco più di quarant’anni la sua grande voce artistica è divenuta silenzio.

La sua espressività è stata un raro dono di esperienze psico-sensoriali e potremo essergli sempre grati per gli stupendi capolavori musicali che ci ha lasciato, planando nel vento le sue corde emozionali.

Recensione di Gaetano Toldonato