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I Accept

Ray Charles – Invites you to Listen – ABC – EMI 1967


1967. Cinquant’anni (50!).

Ecco un disco prodotto mezzo secolo fa, che suona con una profondità ed un calore ancora oggi tecnicamente ed artisticamente immutati.

A volte provo ad immaginare quale tipo di esperienza potrebbe essere stata se, nel 1967, mi avessero proposto di ascoltare un disco del 1917.

Non mi sarei aspettato certamente lo stesso tipo di feeling che provo oggi nell’ascoltare questo album attualissimamente “unico”!

Avevo diciassette anni quando, per la prima volta, ascoltai Ray Charles Robinson, a casa di Gianfranco, un compagno di scuola di mio fratello.

Gianfranco era stato un certo periodo in Inghilterra e, al ritorno, aveva portato con sé una pila di Long Playing di artisti che, qui in Italia, erano quasi misconosciuti.

Erano gli anni sessanta e le radio di stato indigene ci propinavano, a pioggia, di canzonette che, nelle situazioni più gradevoli, non erano altre che “copie”, tradotte in italiano, di successi esteri. Chiaramente, era scontato che dell’artista originale non se ne sapesse nulla.

Ray Charles

E fu così che, una domenica pomeriggio, Gianfranco ci presentò una rassegna musicale dei suoi LP inglesi che ci tenne impegnati fino a tarda sera.

Questo”, ci introdusse, “è un grande artista, compositore-pianista-cantante che non ha eguali: è Raimondo Carlo”.

Nella mia ignoranza abissale dell’epoca, il nome risuonò come può risuonare un’eco esplosa all’interno di una caverna immensa e vuota, ma si fissò come un marchio nella mia mente, già al secondo brano dell’ellepi. Raimondo Carlo.

Gianfranco era straordinario. Aveva sempre un modo compassato e distaccato di atteggiarsi, come se fosse nato e cresciuto in Inghilterra.

Dell’inglese aveva anche la sottile ironia, lo scherzo elegante ed il linguaggio ricercato.

Ma, quando si ascoltava la “sua” musica, quella sottilissima pellicola di ghiaccio si scioglieva in un battere di ciglia.

Il suo volto si illuminava, gli occhi si accendevano di luce nuova ed il sorriso si tramutava subito in una incontenibile necessità di accompagnare (e mimare) le melodie che trasudavano dall’altoparlante del modestissimo giradischi dell’epoca. Era uno spettacolo!

Questo si ripeté tante altre domeniche pomeriggio, fino a quando Gianfranco non ci “convinse” a seguirlo ad ascoltare alcuni gruppi dal vivo, nel Jazz club torinese più in voga.

Peccato che all’epoca non ci fossero le videocamere: vedere la mimica di Gianfranco mentre “faceva la batteria” era un divertimento irresistibile.

Ray Charles by LiamMcClukkinE grazie a lui, quella musica si stampò nelle orecchie e costituì la base di partenza per esplorazioni musicali che, andando ben oltre la caramellina radiofonica facile da masticare, richiedevano la fatica della ricerca.

E il risultato ha sempre ripagato ampiamente la modesta fatica, tramutandola in termini di piacere e di conoscenza.

E voi lo conoscete Raimondo Carlo? Credo, e spero, di si. Se è così, condividerete sicuramente la mia convinzione che una stella di tale grandezza non possa non essere esplorata ed apprezzata in tutto il suo splendore.

Se, invece, ne sapete ben poco, allora potrò avere la soddisfazione di avervi dato un suggerimento che vi porterà, nell’animo, la profonda emozione di una voce che esprime quanto di più toccante possa esserci negli umani sentimenti.

Ray Charles nacque, in una famiglia poverissima, negli anni della grande depressione.

La sua storia è colma di paradossi e può rappresentare, nel bene e nel male, l’emblema dell’American Dream: dai cenci alla ricchezza, il trionfo che sopravviene la tragedia, la luce che trascende il buio. La luce, di lui che è cieco.

Ray Charles

Ma Ray Charles non nacque cieco: era solo poverissimo.

La gente parla di cosa significa essere poveri”, racconta egli stesso. “Ma, anche comparandoci all’altra gente di colore come la mia famiglia, noi eravamo al fondo della scala della povertà, a guardare in su tutti gli altri. Sotto di noi c’era solo la terra”.

Ci vollero tre anni, da quando Ray Charles aveva quattro anni di età, perché il bambino di provincia che amava guardare il sole fiammeggiante, che cercava di afferrare i lampi, che accendeva i fiammiferi per vederne il breve potente bagliore, perché, non avendo denaro per pagarsi i medici, percorresse il tragitto dalla luce all’oscurità.

La memoria visiva di Ray Charles è quella dei primi sette anni della sua vita: i colori, la campagna ed il volto della persona più importante della sua vita, sua madre Aretha.

Tutto quello che accadde dopo fu la lotta incredibile di un bambino nero, cieco, povero per arrivare ad essere, solamente con la sua forza di volontà e con la musica, il Genius artistico acclamato in tutto il mondo.

Perché la musica è parte del suo corpo, è imprescindibile dal suo esistere, è il suo stesso sangue.

Ray Charles

E ora, credo che non possiate sottrarvi alla curiosità di ascoltare l’album propostovi.

Lasciatemi però suggerire qualche “indicazione d’uso”: mettetevi comodi, ben rilassati, in un silenzio di quiete, abbassate le luci e regolate il volume per adeguarlo ad un ascolto presente, ma non eccessivo.

La voce sia una voce naturale, il piano sia un piano reale. Poi lasciatevi avvolgere, senza impegnare l’attenzione in valutazioni o giudizi. Fatevi ascolto puro.

Sarà un’esperienza di come una voce possa diventare espressione insuperabile di energia, di profondità, di sentimento, lungo una collezione di standard come non l’ascolterete mai da nessun altro.

Ciao Gianfranco, un abbraccio, ovunque tu possa essere.

Recensione di Gaetano Toldonato